Dj Set

FORMA Free Music Impulse #8

FORMA Free Music Impulse #8 from renato rinaldi on Vimeo.

6 settimane di festival tra settembre e novembre 2017, con un intenso programma polifonico di concerti, live cinema, performances, proiezioni, workshops e incontri distribuiti su 6 comuni del territorio regionale, e con due appuntamenti oltre confine in Austria e Slovenia, FREE MUSIC IMPULSE presenta una panoramica sullo stato dell’arte di quelle pratiche artistiche che lavorano sul rapporto uomo/tecnologia/territorio.
Siamo convinti che è anche fuori dalle grandi città che va promossa una corretta cultura digitale, perché è proprio lontano dal centro che l’apporto della tecnologia può fare la differenza. Distribuendo il festival, oltre che nella città di Udine, anche nei piccoli centri del Friuli, abbiamo voluto valorizzare la cultura locale mettendola a confronto con le esperienze di artisti e studiosi che vivono e operano nel cuore dell’Europa, e ne conoscono il fascino e le contraddizioni.

Tutti gli eventi sono ad ingresso gratuito eccetto dove indicato.
I minori di 25 anni hanno accesso gratuito a tutte le attività del Festival fino ad esaurimento dei posti a loro dedicati e previa prenotazione alla mail hybridaspace@gmail.com

freemusicimpulse.com

1° ARCIMAGGIO – seconda edizione

1maggio
1° ARCIMAGGIO – seconda edizione GIOVEDI’ 1° MAGGIO
DALLE ORE 17:00
NEL GIARDINO / BOCCIODROMO DELL’ARCI COMITATO TERRITORIALE DI UDINE
VIA VAL D’AUPA 2, UDINE

dalle ore 17.00 apertura chioschi e dj set
ore 20:00 concerti:
I SALICI (rock psichedelico – friûl)
JACKIE O-MOTHERFUCKER (free rock – usa)

Tutti i circoli Arci insieme per la Festa del Lavoro
Il ricavato della manifestazione andrà a sostegno dell’Arci Comitato Territoriale di Udine

I SALICI
I-Salici
I Salici sono una band originaria dell’estremo Nord Est, da sempre terra di confini fisici e culturali e per questo aperta a visioni nuove e contaminazioni.
La band è formata da un gruppo eterogeneo di musicisti accomunati da una particolare sensibilità per la natura e la mistura in musica di generi diversi. La ricerca di un’identità sonora propria porta i Salici a confrontarsi con molteplici sonorità che vanno dalla musica popolare, il rock anni ’70, la musica psichedelica, la musica medievale e il jazz.
Dal vivo la musica della band sa proporsi con un sound eterogeneo, plasmandosi ai contesti e attingendo energia dal legame con i luoghi, le genti e la loro storia.
Musicalmente la formazione intervalla ballate acustiche a blues ritmati, cavalcate rock a momenti di musica improvvisata. La componente medievale fa ancora parte del repertorio della band, arricchita da contaminazioni etniche dai sapori orientali.
Nel 2012, dopo un lavoro di produzione durato circa un’anno, esce “Nowhere Better Than this Place Somewhere better Thanthis place”, che in pochi mesi riceve buone recensioni da parte della stampa locale e nazionale e permette a I Salici di esibirsi come spalla agli Ozric Tentacles, al festival Imola in Musica e in diverse altre location.
Attualmente il gruppo sta registrando il seguito del primo disco.
pagefound.com

JACKIE-O MOTHERFUCKER
JOMF
Torna in Italia, dopo una lunga assenza, il collettivo guidato da Tom Greenwood, con la sua originale miscela di folk-blues free-form e space-avant-rock, tra rivisitazione e ‘superamento’ delle radici americane. L’occasione è il ventennale della band nonché l’uscita di un LP in split con Tom Carter dei Charalambides.
La band girerà in sestetto e annovera tra le sue fila anche Jeffrey Alexander dei mai dimenticati Black Forest/Black Sea.

Adorati da Sonic Youth e Mogwai, collaboratori di Godspeed You! Black Emperor, incensati dalla stampa specializzata di mezzo mondo (uno su tutti, The Wire ha dedicato loro la copertina qualche anno fa), i Jackie-O Motherfucker sono uno dei pochi gruppi che potrebbe stare contemporaneamente in un volume dell’Anthology Of American Folk Music come pure in una raccolta della Knitting Factory, in una teca dello Smithsonian Institute come in un basement berlinese. Già il nome li introduce senza vie di mezzo, con quella O grande in mezzo intenta a gettare petrolio su fiamme profanatrici.
JOMF è American Folk Music ma non solo. Nel tempo, ha attraversato il jazz più d’avanguardia, al suono delle radici si è unita la costante necessità di andare oltre,e il risultato è quanto di più psichedelico si possa ascoltare nel panorama musicale odierno: chitarre che suonano come sitar, percussioni, tape loops, xilofoni, sax, clarinetti, voci fino ad evolvere nel suono attuale, più “compatto” e, in un certo senso space rock.
La musica infatti attinge da fonti disparate rielaborando poi il tutto secondo una tradizione riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. L’ambizione e’ quindi quella di una sorta di musica totale che assorbe e disintegra allo stesso tempo elementi della tradizione americana, psichedelia, free jazz…
Gli anni recenti li hanno visti agitatori di molte situazioni culto dell’indie rock globale, a cominciare dalle partecipazioni alle rinomate edizioni dell’All Tomorrow’s Parties.
u-sound.blogspot.fr

IN SEARCH OF BLIND JOE DEATH – THE SAGA OF JOHN FAHEY + RAMBO ZAMBO @ MIS(S)KAPPA

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VENERDI’ 13 DICEMBRE
ORE 21:00 INGRESSO LIBERO CON TESSERA ARCI
UDINE – CIRCOLO ARCI MIS(S)KAPPA – VIA BERTALDIA 38

IN SEARCH OF BLIND JOE DEATH – THE SAGA OF JOHN FAHEY di James Cullingham (Canada, 2013 / DVD / 58’/ sottotitoli italiano)

Il film
Realizzato in collaborazione con The John Fahey Trust e Dean Blackwood della Revenant Records (la seconda delle etichette musicali fondate dallo stesso Fahey), In Search of Blind Joe Death – The Saga of John Fahey raccoglie alcune rare registrazioni, insieme a filmati, fotografie, brani letterari e dipinti provenienti dal ricco e altrimenti inaccessibile archivio di Fahey, punteggiate da brevi sequenze animate che evocano l’immaginario artistico del chitarrista. Il documentario è stato girato tra l’area di Washington Dc, dove il musicista è cresciuto, il Delta del Mississipi, culla del blues a cui si rifà la sua musica, e la foresta pluviale del fiume Columbia, presso Salem (Oregon), dove John Fahey ha vissuto gli ultimi 15 anni della sua vita. In Search of Blind Joe Death include, tra gli altri, interventi di Pete Townshend degli Who, Joey Burns dei Calexico, Keith Connolly della No Neck Blues Band, Chris Funk dei Dicemberists, Barry Hansen aka Dr. Demento e molti dei più vicini collaboratori e amici di Fahey, come il chitarrista Terry Robb, il socio d’etichetta Dean Blackwood, l’artista Melody Fahey (ex moglie del chitarrista) e il musicologo Rob Bowman, noto per essere il massimo studioso al mondo della Stax Records.

Il musicista
John Aloysius Fahey
(1939-2001), artista d’eclettismo neorinascimentale, è stato uno dei chitarristi, compositori e provocatori più influenti del secolo. Fine sperimentatore di forme, musicologo, pittore, scrittore di fiction e autore di un fondamentale studio monografico sul bluesman Charley Patton, John Fahey è noto come “il padre dell’American Primitive Guitar” ed è considerato unanimemente come una delle maggiori figure del folk americano. La sua produzione, che per prima teorizza in modo compiuto la tecnica chitarristica detta “fingerpicking”, trascende le originarie influenze Delta blues per combinare il bluegrass degli Appalachi al jazz di New Orleans, in un complesso dialogo musicale in cui si intrecciano sonorità brasiliane, classiche, indiane a musica concreta, tape recordings, timbri gotici e industriali. Dopo aver aperto la strada a molte etichette musicali indipendenti fondando prima la Takoma Records e poi la Revenant Records, negli ultimi anni si è avvicinato infine alla chitarra elettrica, stringendo alcune collaborazioni di rilievo con suoi ammiratori della scena avant-rock statunitense come Jim O’Rourke e i Sonic Youth.

www.johnfaheyfilm.com

aprirà la serata RAMBO ZAMBO – friûl primitive guitar

a seguire Hybrida dj set

WU MING 1: Point Lenana – storie di Africa, Alpinismo e camminatori sognanti

Senza titolo-1
VENERDI’ 30 AGOSTO
ORE 20:30 INGRESSO LIBERO
Tarcento – Centro Luciano Ceschia, via Julia 11

WU MING 1: Point Lenana – storie di Africa, Alpinismo e camminatori sognanti

Venerdì 30 agosto Wu Ming 1 presenterà a Tarcento il suo ultimo libro scritto a quarto mani con Roberto Santachiara. Venerdì 30 agosto, alle 20.30, presso la terrazza del centro “Luciano Ceschia”, Wu Ming 1 dialogherà con lo scrittore Max Mauro attorno a Point Lenana, recentemente pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero. Il libro è un affascinate oggetto-narrativo – parte reportage, parte romanzo, parte biografia – che prende spunto dalla vita del triestino Felice Benuzzi, che nel 1943 fuggì da un campo di prigionia africano per scalare la seconda montagna più alta del continente, il Monte Kenya. A seguire dj set Afrobeat e musica dagli altipiani a cura di Hybrida.

Dalla quarta di copertina:

«E dunque, che razza di libro è questo? È un racconto di tanti racconti. Parla di esploratori e squadristi, di poeti e diplomatici, di guide alpine e guerriglieri, dell’Africa e delle Alpi Giulie. Attraversa i territori e la storia di quattro imperi. Parla di uomini che vagarono sui monti. Uomini che in pianura e in città indossavano elmi e armature, e solo in montagna si sentivano finalmente leggeri, finalmente se stessi. La montagna era tempo liberato, rubato al dover vivere, conquistato con unghie, denti e piccozza».

Una notte africana del 1943, mentre nel mondo infuria la guerra, tre italiani fuggono da un campo di prigionia e scalano il Monte Kenya con mezzi di fortuna. Diciassette giorni di libertà, incoscienza e fame che morde, per poi tornare ai reticolati e riconsegnarsi ai carcerieri inglesi. Uno di loro, il triestino Felice Benuzzi, racconterà la storia in un libro, anzi: in due libri, e già qui si nasconde un mistero. Chi è Felice? Chi sono i suoi compagni di evasione? Cosa facevano prima della guerra, e cosa faranno dopo? Impossibile raccontarlo senza seguire le scie di molte esistenze, passando dalla Trieste asburgica alla Roma mussoliniana, dalla Cirenaica del guerrigliero Omar Al-Mukhtar alle Dolomiti del rocciatore triste Emilio Comici, dall’Etiopia del turpe generale Graziani alla Nairobi dove morí il Duca d’Aosta, dalle foreste della rivolta Mau Mau alla Berlino della guerra fredda, per arrivare infine ai giorni nostri. O meglio, al 2010, l’anno in cui Roberto Santachiara e Wu Ming 1 inseguono fantasmi fino in cima al Monte Kenya. Point Lenana è il risultato di anni di viaggi, interviste e ricerche d’archivio. È un’inchiesta-romanzo, un poema epico in forma di saggio, una scorribanda nel Novecento resa con una scrittura indefinibile e sicura, spesso commovente, a volte crudele.

Per maggiori informazioni sul libro e gli autori:
www.wumingfoundation.com/giap

KILL THE VULTURES

KTVweb
DOMENICA 7 LUGLIO
ORE 21:00 INGRESSO LIBERO
Tarcento – Centro Luciano Ceschia, via Julia 11

KILL THE VULTURES

Il percorso artistico dei Kill The Vultures inizia nel 2005 con l’album omonimo, dove in un disco di rara intensità quattro ragazzi di Minneapolis deformano e alterano jazz, blues e rap. È un ritorno alle origini nelle parole, che tornano ad avere connotati politici e sociali, che tornano a raccontare le inquietudini quotidiane, tutto fuso in un blocco sonoro magmatico e seducente, sbilenco ed incazzato, poetico e incendiario. Ritmi scarni e nervosi, poveri e quasi primordiali, fanno da sfondo a campionamenti e scorie industriali, sonorità vintage di stampo cool-jazz e soul-blues si intrecciano a linee vocali dai toni cupi e minacciosi. Artigiani del sample e parolieri urbani, i quattro Kill The Vultures hanno creato un suono di grande freschezza e notevole impatto, per un disco destinato a durare.

Con l’album seguente “The Careless Flame”, del 2007, la matrice jazz divampa e, nonostante del quartetto originale rimangano solamente Stephen Lewis (Anatomy) e Alexei Casselle (Crescent Moon), la creatività del combo di Minneapolis è paragonabile alle pagine migliori del free jazz. E non è raro che sia proprio Coltrane a venire alla mente, quando il sax si fa unico elemento riconoscibile di una melodia dilaniata, o quando si fa strada tra il fruscio dei vinili o ancora nei meravigliosi giri di contrabbasso che attraversano il lavoro. Nel 2009 con il terzo disco, “Ecce Beast”, si ha sempre più la sensazione di trovarsi in uno sconosciuto club in cui si suona jazz da ore e ore, all’infinito. “Ecce Beast” è costruito tutto sul rapping flemmatico e poetico di Crescent Moon che occupa tutti gli spazi a disposizione, trascinando la musica verso ritmi lenti e profondi. Dal canto suo, Anatomy si sbizzarrisce nella scelta dei campionamenti, spesso e volentieri tratti dal repertorio jazzistico, con fraseggi di trombe e sax in primo piano e profonde linee di basso (sia elettrico che acustico) a costruire la base ritmica in cooperazione con la battuta lenta e non sempre regolare della drum machine. Difficile trovare un’etichetta per questo duo che non gozzoviglia certo tra le scansioni del rap di maniera, ma piuttosto perlustra gli antri deserti della psiche umana rimasta orfana di gente come Albert Ayler e Gil Scott-Heron.
“Beatnik hip hop” si definiscono e forse è questa l’unica targa che gli permette di circolare liberamente ovunque.

The Old New Thing – Hybrida sound & light
Set musicale incentrato sulla black music dalla fine degli anni ’60 alla metà dei ’70, mentre la parte visuale si svilupperà attraverso foto dei musicisti dell’epoca, degli attivisti politici, delle copertine dei dischi e di filmati e spezzoni di film del periodo.

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